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Diritto del lavoro · 20 min · 19 ottobre 2026

Licenziamento orale e contratto a termine: reintegrazione dopo la sentenza della Corte d'Appello di Roma n. 3682/2026

Rapporto a tempo indeterminato, forma scritta del recesso, reintegrazione e risarcimento

Corte d'Appello Roma 3682/2026: inefficacia del termine e licenziamento orale, reintegrazione e risarcimento parametrato alla retribuzione TFR.

Licenziamento orale e contratto a termine: reintegrazione dopo la sentenza della Corte d'Appello di Roma n. 3682/2026

Corte d'Appello di Roma, sentenza n. 3682 del 17 settembre 2026: contratto a termine inefficace, rapporto a tempo indeterminato, licenziamento orale e reintegrazione. Analisi della prova dell'estromissione, dei rimedi e delle conseguenze economiche.

La pronuncia della Corte d'Appello di Roma

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La Corte d'Appello di Roma, con sentenza n. 3682 del 17 settembre 2026, ha affrontato una controversia nella quale si intrecciavano due questioni: la validità del termine apposto al rapporto di lavoro e le conseguenze di un successivo licenziamento intimato oralmente. Dalla parte pubblicamente consultabile della decisione emerge che la Corte ha riconosciuto un rapporto subordinato a tempo indeterminato con decorrenza dal 6 maggio 2022 e ha dichiarato inefficace il licenziamento orale, ordinando la reintegrazione della lavoratrice. Ha inoltre disposto il pagamento di un'indennità risarcitoria parametrata alla retribuzione di riferimento per il TFR, indicata in 1.762,19 euro mensili, dal licenziamento fino alla reintegrazione, oltre accessori. È un caso utile per esaminare la disciplina della forma del recesso, il rapporto tra invalidità del termine e continuità del rapporto, nonché le differenze tra reintegrazione e tutela esclusivamente indennitaria. I dati specifici del dispositivo sono ricavati dall'estratto pubblico; ogni ulteriore dettaglio fattuale richiede il confronto con il testo integrale.

Due questioni diverse nello stesso giudizio

La prima questione riguarda la legittimità dell'apposizione di un termine finale al rapporto. La seconda riguarda la modalità con cui il datore ha manifestato la volontà di interrompere il rapporto. Sono profili autonomi, anche quando si presentano nella medesima controversia. Se il termine non produce effetti, il rapporto può essere ricostruito come rapporto a tempo indeterminato secondo le regole applicabili. Se poi il datore interrompe la prestazione senza una comunicazione scritta di licenziamento, si pone il problema della radicale inefficacia del recesso orale. È essenziale distinguere i fatti costitutivi di ciascuna domanda: la documentazione contrattuale, le eventuali proroghe e rinnovi rilevano per il termine; le comunicazioni, i comportamenti e la cessazione della prestazione rilevano per il licenziamento. La corretta distinzione incide sulla prova e sul tipo di tutela richiesta.

La forma scritta del licenziamento

L'art. 2 della legge n. 604 del 1966 prevede la comunicazione scritta del licenziamento individuale. La forma non è un dettaglio amministrativo, ma una garanzia fondamentale per il lavoratore: consente di conoscere l'esistenza e la provenienza del recesso, di verificarne la motivazione e di esercitare tempestivamente i rimedi. Un licenziamento comunicato soltanto a voce non soddisfa il requisito legale. La sua inefficacia non va confusa con l'illegittimità di un licenziamento scritto per mancanza di giusta causa o giustificato motivo. In quest'ultimo caso esiste un atto formalmente idoneo, ma se ne contesta il fondamento; nel primo manca il requisito formale imposto dalla legge. La distinzione determina conseguenze processuali e sostanziali rilevanti, che devono essere valutate in relazione alla disciplina applicabile al rapporto.

Come si dimostra il licenziamento orale

Il lavoratore che deduce di essere stato licenziato oralmente deve provare il fatto storico dell'estromissione riconducibile a una volontà datoriale di recedere, non limitandosi a documentare che la prestazione è cessata. La cessazione dell'attività può dipendere da circostanze differenti, come dimissioni, risoluzione consensuale o mancata prosecuzione dopo la scadenza di un termine. Per questo la prova deve concentrarsi sulle parole pronunciate, sui messaggi scambiati, sull'esclusione dai turni, sull'impossibilità di accedere al luogo di lavoro e sugli altri comportamenti significativi. Le deposizioni testimoniali possono assumere un ruolo importante, ma devono riguardare circostanze specifiche. È utile conservare immediatamente comunicazioni, registri dei turni e richieste di ripresa del servizio. Una ricostruzione cronologica precisa riduce il rischio che la controparte qualifichi diversamente l'interruzione del rapporto.

La differenza tra scadenza del termine e licenziamento

Nel contratto a tempo determinato validamente concluso, la cessazione per scadenza del termine è concettualmente diversa dal licenziamento. Se però l'apposizione del termine è inefficace o illegittima secondo le regole applicabili, il rapporto può essere qualificato a tempo indeterminato, rendendo necessario valutare come sia intervenuta la successiva cessazione. Non basta che il datore invochi una data di scadenza per escludere ogni problema: occorre verificare la validità del termine e la reale sequenza dei fatti. Allo stesso modo, non ogni mancato rinnovo equivale automaticamente a un licenziamento orale. La distinzione richiede attenzione al contratto, alla durata effettiva della prestazione e alle comunicazioni intervenute. Nel caso romano, l'accertamento del rapporto a tempo indeterminato e quello dell'inefficacia del recesso sono stati entrambi decisivi nel dispositivo.

La disciplina dei contratti a termine

Il contratto di lavoro subordinato a tempo determinato è disciplinato principalmente dal d.lgs. n. 81 del 2015, con modifiche succedutesi nel tempo. La legittimità del termine dipende dalla disciplina vigente nel periodo considerato, dalla durata del rapporto, dalle eventuali causali richieste, dalle proroghe, dai rinnovi e dalle disposizioni collettive applicabili. Non è corretto applicare indistintamente la normativa vigente oggi a rapporti sorti anni prima. L'analisi deve ricostruire il calendario contrattuale e identificare le norme applicabili a ogni passaggio. La documentazione deve comprendere il contratto originario, gli eventuali accordi successivi, le comunicazioni obbligatorie e i cedolini. Solo dopo questa verifica è possibile formulare una domanda precisa sulla sorte del termine e sulle conseguenze del suo eventuale vizio.

La qualificazione del rapporto a tempo indeterminato

Quando il termine non produce effetti secondo la disciplina applicabile, il giudice può accertare la natura a tempo indeterminato del rapporto. La pronuncia di Roma, nell'estratto disponibile, indica come data di decorrenza il 6 maggio 2022. Tale accertamento non è una mera formula descrittiva: incide sulla continuità giuridica del rapporto, sulla valutazione della cessazione e sulle tutele conseguenti. È importante distinguere il riconoscimento della subordinazione dall'accertamento della durata indeterminata: in alcune controversie è contestata la natura stessa del rapporto, in altre la subordinazione è pacifica ma è controversa soltanto la legittimità del termine. La domanda giudiziale deve chiarire quale situazione si intenda far accertare. Anche le conseguenze economiche devono essere individuate evitando sovrapposizioni tra indennità connesse al termine e risarcimenti derivanti da un successivo licenziamento.

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Il valore della documentazione contrattuale

Contratti, proroghe, rinnovi, comunicazioni al centro per l'impiego e buste paga consentono di ricostruire l'effettiva evoluzione del rapporto. Tuttavia, la documentazione formale deve essere confrontata con le modalità concrete di svolgimento della prestazione. Un contratto può riportare una data finale che non risolve, da sola, il problema della sua validità. Allo stesso modo, una comunicazione amministrativa di cessazione non equivale necessariamente a una comunicazione scritta di licenziamento rivolta al lavoratore. La difesa deve distinguere la funzione di ciascun documento, senza attribuirgli effetti probatori automatici. Nel giudizio sul termine sono decisivi il testo contrattuale e la normativa applicabile; nel giudizio sul licenziamento orale assumono rilievo anche la sequenza degli eventi e la manifestazione della volontà datoriale.

L'inefficacia del recesso e la reintegrazione

Il licenziamento orale è soggetto a un regime di tutela particolarmente incisivo, che va individuato in relazione alla disciplina applicabile al rapporto. Nel caso deciso dalla Corte d'Appello di Roma, il dispositivo pubblicamente riportato ordina la reintegrazione della lavoratrice. La reintegrazione non consiste nel solo riconoscimento di una somma di denaro: mira al ripristino del rapporto e della posizione lavorativa, con le conseguenze economiche previste dalla legge. Occorre distinguere l'ordine giudiziale dalla sua concreta esecuzione e verificare le eventuali vicende successive. La tutela contro il recesso orale non può essere automaticamente assimilata alle indennità previste per un licenziamento scritto privo di giustificazione. L'inquadramento della fattispecie determina il rimedio e rende centrale la prova della modalità con cui il datore ha posto fine alla prestazione.

Il risarcimento tra licenziamento e reintegrazione

L'estratto del dispositivo indica un'indennità risarcitoria commisurata all'ultima retribuzione di riferimento per il trattamento di fine rapporto, pari a 1.762,19 euro mensili, per il periodo dal licenziamento fino all'effettiva reintegrazione, oltre rivalutazione e interessi. È essenziale distinguere questa base di calcolo da una somma forfettaria predeterminata: la durata del periodo rilevante può incidere significativamente sul risultato economico. Per una liquidazione corretta occorre individuare le date, la retribuzione di riferimento, gli accessori e le eventuali questioni relative ad altre entrate percepite nel periodo, secondo la disciplina applicabile. La lettura del dispositivo non autorizza a ricostruire automaticamente ogni componente del conteggio. La parte che agisce dovrebbe predisporre prospetti verificabili e documentazione retributiva coerente con le conclusioni.

Retribuzione di riferimento per il TFR

La retribuzione di riferimento per il trattamento di fine rapporto costituisce, nelle disposizioni che la richiamano, una base di calcolo distinta da altre nozioni di retribuzione. Occorre esaminare le voci che vi rientrano secondo l'art. 2120 c.c., la disciplina collettiva e il concreto assetto del rapporto. Non sempre l'importo netto percepito in busta paga coincide con la base giuridicamente corretta per quantificare l'indennità. Nel caso romano la cifra mensile indicata nell'estratto è un dato specifico della controversia e non un parametro generalizzabile. La difesa dovrebbe produrre cedolini, contratto collettivo, prospetti delle competenze e ogni elemento utile a verificare l'importo. Errori nella base di calcolo possono incidere sensibilmente sulla domanda economica e sull'esecuzione della decisione.

Gli accessori del credito di lavoro

Rivalutazione monetaria e interessi legali sono profili rilevanti nella liquidazione dei crediti di lavoro, secondo le disposizioni applicabili e le specifiche statuizioni giudiziali. La sentenza di Roma, nell'estratto disponibile, li richiama espressamente. È necessario però distinguere la sorte capitale, il periodo di maturazione e le regole di calcolo degli accessori. La quantificazione deve tenere conto della natura delle somme riconosciute e del titolo giudiziale, evitando duplicazioni o applicazioni automatiche di criteri non pertinenti. Nei giudizi di lunga durata, l'incidenza degli accessori può essere significativa. È opportuno predisporre un conteggio aggiornabile, con indicazione dei periodi e dei parametri utilizzati. La chiarezza del prospetto favorisce sia la decisione sia l'eventuale fase esecutiva.

L'onere della prova e la ripartizione delle allegazioni

La disciplina generale dell'art. 2697 c.c. impone di distinguere i fatti costitutivi della domanda da quelli impeditivi, modificativi o estintivi. Nel giudizio sulla validità del termine, la parte deve individuare il contratto, la successione dei rapporti e il vizio dedotto. Nel giudizio sul licenziamento orale, la controversia può concentrarsi sull'esistenza stessa di una manifestazione di recesso del datore. La difesa deve evitare di confondere la prova della cessazione materiale della prestazione con quella del licenziamento. Anche le eventuali deduzioni del datore relative a dimissioni o risoluzione consensuale devono essere formulate e dimostrate secondo i criteri applicabili. Una matrice delle allegazioni e dei mezzi istruttori aiuta a chiarire quali fatti siano realmente controversi e a evitare richieste di prova generiche.

Il ruolo dei testimoni

Le testimonianze sono spesso decisive quando il recesso non è stato formalizzato. Possono riguardare dichiarazioni del datore, colloqui avvenuti sul luogo di lavoro, esclusione dai turni e richieste del lavoratore di riprendere servizio. È importante che i capitoli siano specifici e descrivano circostanze percepite direttamente, evitando di chiedere al testimone conclusioni giuridiche come 'il lavoratore è stato licenziato illegittimamente'. La prova orale va confrontata con messaggi, email e documenti aziendali. La coerenza cronologica è particolarmente rilevante: una dichiarazione riferita a una data deve essere compatibile con la presenza sul luogo di lavoro e con le comunicazioni successive. La tempestiva identificazione dei testimoni è utile perché il trascorrere del tempo può compromettere la precisione dei ricordi.

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Email, messaggi e comunicazioni informali

La corrispondenza digitale può contribuire a dimostrare il modo in cui il rapporto è cessato. Un messaggio con cui il datore ordina di non presentarsi più al lavoro può assumere significato diverso da una comunicazione che si limiti a modificare un turno. Occorre verificare provenienza, contenuto, contesto e integrità della comunicazione. Anche le risposte del lavoratore possono essere rilevanti per ricostruire se egli abbia contestato l'estromissione e manifestato disponibilità a proseguire la prestazione. La forma scritta richiesta per il licenziamento solleva questioni autonome rispetto alla mera esistenza di un messaggio digitale: è necessario verificare se il mezzo utilizzato soddisfi i requisiti legali e probatori. La difesa non dovrebbe quindi qualificare automaticamente ogni messaggio come licenziamento scritto oppure come recesso orale senza analizzarne le caratteristiche.

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L'importanza della data di cessazione

La data esatta in cui il rapporto è stato interrotto incide sulle domande economiche, sui termini processuali e sulla ricostruzione dei fatti. Nel caso di un contratto a termine contestato, è importante distinguere la data indicata nel contratto da quella in cui la prestazione è effettivamente cessata. Se si deduce un licenziamento orale, occorre individuare quando la volontà datoriale è stata comunicata o manifestata in modo inequivoco. Le date riportate nei documenti amministrativi non sempre coincidono con quelle rilevanti sul piano sostanziale. Un calendario analitico, corredato da prove, può risultare determinante. La domanda deve inoltre chiarire la decorrenza del rapporto a tempo indeterminato e la successione delle vicende contrattuali, per evitare incoerenze tra accertamento richiesto e conseguenze risarcitorie.

I termini per impugnare il licenziamento

La disciplina dell'impugnazione del licenziamento prevede termini e modalità che devono essere valutati in relazione alla fattispecie concreta. La mancanza di una comunicazione scritta pone questioni differenti da quelle del licenziamento formalizzato, anche in relazione alla decorrenza dei termini. Non è prudente applicare meccanicamente il regime del licenziamento scritto senza verificare la giurisprudenza e la normativa pertinenti. Il lavoratore dovrebbe comunque contestare tempestivamente l'estromissione e conservare la prova della contestazione, per ridurre incertezze fattuali e processuali. Separatamente, l'impugnazione del termine contrattuale può essere soggetta a specifici termini decadenziali. Una controversia che cumula le due domande richiede quindi un calendario distinto per ciascuna azione, con particolare attenzione alle modifiche legislative succedutesi nel tempo.

La domanda di accertamento del rapporto

L'accertamento dell'esistenza di un rapporto a tempo indeterminato richiede conclusioni precise, che identifichino la decorrenza, il titolo giuridico e le conseguenze richieste. È opportuno distinguere l'accertamento della natura del rapporto dalle domande di condanna collegate al licenziamento. Il dispositivo della Corte d'Appello di Roma dichiara il rapporto a tempo indeterminato dal 6 maggio 2022 e, separatamente, l'inefficacia del licenziamento orale. Questa articolazione dimostra l'utilità di formulare domande autonome e coordinate. Una difesa che si limiti a chiedere genericamente la reintegrazione, senza affrontare il problema del termine, rischia di lasciare irrisolto un presupposto decisivo. La ricostruzione delle domande deve corrispondere alla concreta successione dei rapporti contrattuali e delle condotte datoriali.

La posizione del datore di lavoro

Per il datore, la corretta formalizzazione dei contratti e dei recessi è essenziale. Il ricorso a un contratto a termine richiede la verifica preventiva dei presupposti normativi e delle eventuali causali, mentre la cessazione anticipata o successiva deve essere gestita secondo le regole applicabili. La comunicazione orale di una volontà espulsiva espone a rischi processuali e risarcitori che non possono essere neutralizzati mediante semplici registrazioni amministrative. È opportuno conservare documenti contrattuali, comunicazioni e prove dell'effettiva successione dei rapporti. Anche la gestione di eventuali dimissioni deve rispettare le formalità previste, senza affidarsi a ricostruzioni informali. Una procedura aziendale chiara può prevenire controversie sulla natura del rapporto e sul significato di una cessazione.

La tutela del lavoratore estromesso

Il lavoratore che si ritenga estromesso dovrebbe raccogliere immediatamente i contratti, le proroghe, i cedolini e le comunicazioni relative alla cessazione. È utile annotare le circostanze dei colloqui e identificare eventuali testimoni. Una comunicazione scritta di contestazione può contribuire a cristallizzare la propria versione dei fatti e la disponibilità a proseguire il rapporto, senza sostituire gli atti processuali richiesti. Occorre inoltre verificare i termini per contestare il contratto a termine e le modalità di tutela contro il licenziamento. La domanda giudiziale deve essere accompagnata da una ricostruzione dei periodi lavorati e da un conteggio economico coerente. La tempestività è particolarmente importante quando la prova dipende da messaggi, turni o dichiarazioni di persone che potrebbero non essere più reperibili.

Il giudizio di primo grado e l'appello

La parte pubblica della sentenza di Roma indica che la Corte ha accolto l'appello principale e dichiarato improcedibile quello incidentale, riformando parzialmente la decisione di primo grado. Questa informazione rende la pronuncia interessante anche sul piano processuale. L'appello non è una ripetizione indifferenziata della domanda originaria: deve individuare le statuizioni contestate e sviluppare censure specifiche. Le conclusioni devono inoltre essere coerenti con le questioni devolute al giudice di secondo grado. L'improcedibilità dell'appello incidentale costituisce un profilo distinto dal merito dell'impugnazione principale e non può essere spiegata, senza il testo integrale, attraverso ipotesi sui termini o sulle modalità di deposito. Nell'analisi della pronuncia è dunque corretto registrare il dato del dispositivo, evitando di attribuire ai giudici ragioni processuali non verificate.

La distinzione fra reintegrazione e indennità

La tutela reintegratoria e quella meramente indennitaria perseguono risultati differenti. La prima mira al ripristino del rapporto; la seconda compensa economicamente l'illegittimità del recesso nei casi previsti dalla legge, senza necessariamente ripristinare il posto di lavoro. Il licenziamento orale è una fattispecie da tenere distinta dal licenziamento scritto giudicato ingiustificato. Anche all'interno dei regimi reintegratori, le conseguenze economiche e contributive dipendono dalla disciplina applicabile, dalla data di instaurazione del rapporto e dalle altre circostanze rilevanti. La decisione di Roma dispone espressamente la reintegrazione, accompagnata da una condanna economica. Non è quindi corretto riassumerla come semplice attribuzione di un'indennità per licenziamento illegittimo: la qualificazione della tutela è parte essenziale del suo significato giuridico.

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Il trattamento contributivo e previdenziale

Le conseguenze previdenziali di un licenziamento inefficace devono essere valutate secondo il regime applicabile e le statuizioni del provvedimento. Il ripristino del rapporto può incidere sulla posizione assicurativa del lavoratore e sugli obblighi contributivi del datore. È importante non dedurre automaticamente dal solo estratto del dispositivo ogni dettaglio della condanna contributiva, quando il testo pubblico non lo riporta. In sede di consulenza e di esecuzione è opportuno verificare il titolo giudiziale completo, il periodo rilevante e gli adempimenti necessari. Le somme dovute al lavoratore e i contributi non sono concetti sovrapponibili. Una ricostruzione corretta deve distinguere i diversi destinatari, i criteri di calcolo e gli effetti sul rapporto.

La quantificazione delle pretese economiche

La formulazione delle domande economiche richiede attenzione a periodi, basi retributive e titoli. Nel caso romano il dispositivo indica una somma mensile di riferimento, ma la liquidazione complessiva dipende dalla durata del periodo fino alla reintegrazione e dalle regole applicabili. È necessario verificare se siano dovute ulteriori voci, evitando duplicazioni tra risarcimenti collegati alla conversione del termine e conseguenze del licenziamento. Un prospetto analitico dovrebbe riportare la data iniziale, la data finale o il criterio per determinarla, la retribuzione di riferimento e gli accessori. La documentazione deve consentire alla controparte e al giudice di controllare ogni passaggio. La precisione dei conteggi rafforza la credibilità dell'azione e semplifica l'eventuale fase esecutiva.

La conciliazione e le possibili soluzioni stragiudiziali

Una controversia che coinvolga validità del termine e licenziamento orale può essere oggetto di valutazioni transattive, nel rispetto delle norme inderogabili e delle sedi protette quando necessarie. La negoziazione dovrebbe partire da una ricostruzione chiara del rischio giudiziale: probabilità di accertamento del rapporto a tempo indeterminato, prova dell'estromissione, regime di tutela e valore economico delle conseguenze. È importante distinguere la rinuncia a pretese già sorte dalla regolazione del rapporto futuro e verificare la validità degli accordi. Una proposta transattiva costruita su una generica percentuale delle somme richieste può non riflettere adeguatamente la complessità del caso. La presenza di un possibile ordine di reintegrazione incide anche sugli interessi delle parti e sulle opzioni praticabili.

Le ricadute sulla gestione del personale

La sentenza evidenzia i rischi connessi alla gestione informale delle cessazioni. Le imprese dovrebbero adottare procedure che distinguano scadenza naturale di un termine valido, risoluzione consensuale, dimissioni e licenziamento. Ogni fattispecie richiede verifiche e adempimenti specifici. La mera assenza del dipendente dal luogo di lavoro non chiarisce automaticamente quale causa giuridica abbia determinato la cessazione. La formazione dei responsabili delle risorse umane e dei superiori gerarchici è rilevante perché dichiarazioni verbali ambigue possono alimentare controversie. Anche il controllo periodico dei contratti a termine e delle proroghe contribuisce a prevenire contenziosi sulla continuità del rapporto. Una documentazione ordinata è utile sia in funzione preventiva sia per la successiva difesa giudiziale.

Il significato della pronuncia per la pratica forense

La Corte d'Appello di Roma n. 3682/2026 è interessante perché mostra come l'accertamento della durata indeterminata del rapporto e quello dell'inefficacia del recesso orale possano convergere in una tutela reintegratoria. L'insegnamento operativo è evitare di trattare la controversia come un'unica questione indistinta. Occorre verificare separatamente il termine, la sequenza contrattuale, l'estromissione, la forma del recesso e la quantificazione delle conseguenze. La decisione invita inoltre a formulare conclusioni processuali coordinate e a conservare prove specifiche per ciascun fatto. La ricostruzione qui svolta distingue gli elementi espressamente presenti nell'estratto pubblico dai principi generali della disciplina lavoristica, senza attribuire alla Corte passaggi motivazionali non consultati.

Conclusioni

La sentenza n. 3682 del 17 settembre 2026 della Corte d'Appello di Roma ha riconosciuto, secondo il dispositivo pubblicamente disponibile, un rapporto subordinato a tempo indeterminato dal 6 maggio 2022 e ha dichiarato inefficace un licenziamento orale, ordinando la reintegrazione e il risarcimento parametrato alla retribuzione di riferimento per il TFR. La vicenda conferma l'importanza della forma scritta del recesso e della corretta gestione dei contratti a termine. Per il lavoratore è decisivo provare l'estromissione e documentare la sequenza contrattuale; per il datore è essenziale distinguere formalmente e sostanzialmente le diverse cause di cessazione. La tutela giudiziale richiede un'analisi distinta dei presupposti di ogni domanda. Prima di utilizzare la pronuncia in un atto processuale, occorre consultare il testo integrale per verificare i passaggi motivazionali e le peculiarità fattuali.

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