Con la sentenza n. 26690 depositata il 12 ottobre 2026, la Corte di Cassazione è tornata su una delle questioni più dibattute in materia di fondo patrimoniale: fino a che punto i beni destinati ai bisogni della famiglia possano essere aggrediti dai creditori di uno dei coniugi. La particolarità del caso sta nella natura del debito. Non si trattava di un mutuo, di un debito d'impresa o di un'imposta non versata, ma di due sanzioni amministrative pecuniarie irrogate dalla Consob e dalla Banca d'Italia al presidente del consiglio di amministrazione di un istituto di credito, per illeciti commessi nell'esercizio di quella funzione. Per riscuotere tali somme l'agente della riscossione aveva iscritto ipoteca, ai sensi dell'art. 77 del DPR 602/1973, su un immobile conferito nel fondo patrimoniale. La Corte ha ritenuto che la sanzione irrogata nell'esercizio di funzioni di gestione apicale possa essere considerata un debito inerente ai bisogni familiari quando la remunerazione derivante da quell'incarico costituisca il reddito primario del nucleo. Il principio merita un esame attento, perché incide sulla percezione diffusa secondo cui il fondo patrimoniale rappresenterebbe uno scudo quasi assoluto per la casa di famiglia.
1. La casa nel fondo patrimoniale può essere ipotecata
Spazio pubblicitario
Il primo dato da fissare è che i beni conferiti nel fondo patrimoniale non sono in assoluto sottratti all'azione dei creditori. L'art. 170 c.c. stabilisce che l'esecuzione sui beni del fondo e sui frutti di essi non può avere luogo per debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia. La norma, dunque, non introduce un'impignorabilità generale, ma una limitazione selettiva, che dipende da due elementi: lo scopo per il quale il debito è sorto e la conoscenza che il creditore aveva di tale scopo. Se il debito è riconducibile ai bisogni della famiglia, oppure se il creditore ignorava la sua estraneità a tali bisogni, i beni del fondo restano esposti. La giurisprudenza di legittimità ha da tempo chiarito che questa regola vale anche per l'iscrizione di ipoteca da parte dell'agente della riscossione, che pur non essendo un atto dell'esecuzione forzata in senso stretto è comunque preordinata alla realizzazione coattiva del credito. Lo ha ribadito, ad esempio, l'ordinanza della Cassazione n. 2933 del 10 febbraio 2026, secondo cui l'art. 170 c.c. si applica anche all'ipoteca fiscale prevista dall'art. 77 del DPR 602/1973. La sentenza n. 26690/2026 si muove all'interno di questo quadro e non lo sovverte; ne offre però un'applicazione particolarmente estesa, perché riconduce ai bisogni familiari un debito che, a prima vista, sembrerebbe del tutto estraneo alla vita domestica. Per chi ha costituito un fondo patrimoniale con l'idea di mettere al riparo la propria abitazione da qualsiasi rischio professionale, la pronuncia rappresenta un richiamo alla realtà: la tutela esiste, ma è condizionata, e i suoi confini dipendono dal collegamento concreto tra l'origine del debito e la vita economica del nucleo familiare.
2. La vicenda: le sanzioni di vigilanza al vertice di una banca
Il giudizio nasce dall'opposizione proposta dal coniuge debitore contro due iscrizioni ipotecarie eseguite dall'Agenzia delle Entrate-Riscossione su un immobile costituito in fondo patrimoniale. Il credito iscritto a ruolo derivava da due sanzioni amministrative pecuniarie, una irrogata dalla Consob e l'altra dalla Banca d'Italia, per violazioni commesse dal debitore quando ricopriva la carica di presidente del consiglio di amministrazione di un istituto di credito. Si tratta di sanzioni che le autorità di vigilanza applicano agli esponenti aziendali per violazioni della disciplina bancaria e finanziaria, e che possono raggiungere importi elevati proprio in ragione della responsabilità connessa ai ruoli di vertice. Nei giudizi di merito il debitore aveva chiesto di accertare che l'agente della riscossione non avesse il diritto di iscrivere le ipoteche e che queste fossero inefficaci, sostenendo che il debito traeva origine da condotte colpose e di natura omissiva e che, per la sua stessa natura, doveva considerarsi estraneo ai bisogni della famiglia ai sensi dell'art. 170 c.c. La tesi era intuitiva: una sanzione punisce un illecito, e nessuna famiglia ha bisogno che uno dei suoi componenti commetta un illecito. La Cassazione non ha condiviso questa impostazione, spostando l'attenzione dalla natura del debito al collegamento tra l'attività dalla quale il debito è scaturito e le risorse con cui la famiglia viveva. Le cronache hanno collegato la vicenda a un noto caso bancario veneto; in questa sede ci si limita ai dati riportati nei resoconti della decisione, senza attribuire alla sentenza elementi ulteriori che non risultano dalle fonti consultate.
3. Che cos'è il fondo patrimoniale
Il fondo patrimoniale è disciplinato dagli articoli 167 e seguenti del codice civile. L'art. 167 c.c. prevede che ciascuno o ambedue i coniugi, per atto pubblico, o un terzo, anche per testamento, possano costituire un fondo patrimoniale, destinando determinati beni, immobili, mobili iscritti in pubblici registri o titoli di credito, a far fronte ai bisogni della famiglia. Non si tratta di un trasferimento di proprietà a un nuovo soggetto, ma della creazione di un vincolo di destinazione: i beni restano in titolarità dei coniugi o di uno di essi, ma sono destinati a uno scopo specifico, e questa destinazione ne condiziona il regime. L'art. 168 c.c. disciplina la proprietà dei beni e l'amministrazione del fondo, stabilendo che i frutti sono impiegati per i bisogni della famiglia e che l'amministrazione segue le regole della comunione legale. L'art. 169 c.c. limita gli atti di disposizione: se non è stato espressamente consentito nell'atto di costituzione, non si possono alienare, ipotecare, dare in pegno o comunque vincolare i beni del fondo se non con il consenso di entrambi i coniugi e, se vi sono figli minori, con l'autorizzazione del giudice nei casi di necessità o utilità evidente. Infine, l'art. 170 c.c. regola il rapporto con i creditori. Perché il vincolo sia opponibile ai terzi è necessaria l'annotazione a margine dell'atto di matrimonio, oltre alla trascrizione per gli immobili. È importante sottolineare che il fondo non sottrae i beni all'ordinamento della responsabilità patrimoniale in modo generalizzato: li destina a una funzione, e proprio quella funzione, cioè il soddisfacimento dei bisogni della famiglia, delimita i debiti per i quali i creditori possono soddisfarsi su di essi.
4. I bisogni della famiglia nell'art. 170 c.c.
Il cuore dell'intera disciplina è la nozione di bisogni della famiglia. La giurisprudenza l'ha costantemente interpretata in senso ampio, escludendo che si riferisca soltanto alle necessità essenziali, come il vitto, l'alloggio o le spese mediche. Vi rientrano anche le esigenze volte al pieno mantenimento e all'armonico sviluppo della famiglia e al potenziamento della sua capacità lavorativa, con esclusione soltanto delle esigenze di natura voluttuaria o caratterizzate da intenti meramente speculativi. Questa lettura estensiva ha conseguenze rilevanti: se i bisogni familiari comprendono il mantenimento del tenore di vita e il sostegno dell'attività lavorativa che produce il reddito della famiglia, allora anche debiti nati nell'ambito di un'attività economica possono essere considerati inerenti a quei bisogni. La Cassazione, in numerose pronunce, ha precisato che il criterio identificativo dei debiti per i quali può avere luogo l'esecuzione sui beni del fondo va ricercato non già nella natura dell'obbligazione, ma nella relazione tra il fatto generatore di essa e i bisogni della famiglia. È questo il principio richiamato, ad esempio, dall'ordinanza n. 33065 del 9 novembre 2022, che ha anche ricordato come tale finalità non possa dirsi sussistente per il solo fatto che il debito derivi dall'attività professionale o d'impresa del coniuge. Il tema è stato affrontato sul nostro sito anche nel commento alla Corte d'Appello di Milano n. 756/2026 su fondo patrimoniale e debiti d'impresa, che mostra come il giudizio di inerenza richieda sempre un esame concreto delle circostanze.
5. Il principio affermato dalla Cassazione n. 26690/2026
Nella sentenza in esame la Corte ha applicato il criterio del fatto generatore a una sanzione amministrativa. Secondo quanto riportato dai primi commenti, la Cassazione ha affermato che la sanzione irrogata nell'esercizio di funzioni di gestione apicale è un debito inerente ai bisogni familiari se la remunerazione derivante da quell'attività costituisce il reddito primario del nucleo. Il ragionamento è il seguente. La carica di presidente del consiglio di amministrazione di una banca è un'attività professionale retribuita; se il compenso derivante da quella carica rappresenta la fonte principale con cui la famiglia sostiene le proprie spese, allora l'attività stessa è strumentale ai bisogni familiari. Le obbligazioni che scaturiscono dall'esercizio di quell'attività, comprese quelle che nascono dalla violazione delle regole che la disciplinano, condividono questo collegamento funzionale. La sanzione, in altri termini, non viene considerata in sé come un bisogno della famiglia, il che sarebbe evidentemente illogico, ma come una conseguenza dell'attività che la famiglia utilizzava per vivere. Il principio sposta dunque il baricentro dell'analisi: non conta tanto che la sanzione abbia funzione punitiva, né che derivi da una condotta colposa o omissiva, quanto il rapporto tra l'attività nel cui ambito la violazione è stata commessa e l'economia familiare. Si tratta di un'applicazione coerente con l'orientamento che guarda al fatto generatore e non alla natura del debito, ma che ne estende la portata a un ambito, quello delle sanzioni personali, nel quale molti ritenevano che l'estraneità ai bisogni della famiglia fosse praticamente scontata.
6. Il ruolo decisivo del reddito familiare
L'elemento che rende operativo il principio è il peso della remunerazione nell'economia del nucleo. La Corte non afferma che qualsiasi sanzione professionale gravi sempre sui beni del fondo; collega l'inerenza al fatto che la remunerazione per la funzione esercitata costituisca il reddito primario della famiglia. Questo significa che la valutazione è necessariamente concreta e richiede di ricostruire la situazione economica del nucleo all'epoca dei fatti: quali erano le fonti di reddito, quale incidenza aveva il compenso percepito per l'incarico, se esistevano altri redditi significativi del coniuge debitore o dell'altro coniuge, quale era il tenore di vita sostenuto con quelle risorse. In una famiglia nella quale l'incarico apicale è la principale fonte di sostentamento, il legame tra attività professionale e bisogni familiari appare stretto; in una famiglia che vive prevalentemente di altri redditi, o nella quale l'incarico è marginale o non remunerato, il collegamento risulta molto più debole. La conseguenza pratica è che due situazioni apparentemente identiche, la stessa sanzione irrogata per la stessa violazione, possono avere esiti diversi a seconda del contesto familiare. Questo dato va tenuto presente sia da chi intende contestare un'ipoteca, sia da chi valuta preventivamente l'esposizione del proprio patrimonio: la questione non si risolve in astratto, sulla base della categoria del debito, ma richiede documenti e ricostruzioni puntuali della vita economica della famiglia.
7. Può una sanzione rispondere a un bisogno della famiglia?
L'obiezione più immediata al principio è di ordine logico. Una sanzione è la reazione dell'ordinamento a un illecito; sembra difficile sostenere che l'illecito sia stato commesso per soddisfare un bisogno della famiglia. La risposta della Corte, per come emerge dai resoconti, consiste nel distinguere tra lo scopo della condotta illecita e lo scopo dell'attività nel cui ambito la condotta è stata posta in essere. Il fondo patrimoniale non protegge la famiglia dai rischi connessi all'attività con cui essa si mantiene: se la famiglia beneficia dei frutti economici di un incarico, deve sopportare anche le passività che ne derivano, comprese quelle derivanti da violazioni commesse nello svolgimento dell'incarico. In questa prospettiva, il criterio non è quello della finalità soggettiva perseguita dal debitore quando ha commesso la violazione, ma quello del collegamento oggettivo tra la fonte del debito e la fonte del sostentamento familiare. Il ragionamento è affine a quello già seguito dalla giurisprudenza per i debiti tributari derivanti dall'attività d'impresa: anche l'imposta non versata non è un bisogno della famiglia, ma è considerata inerente a tali bisogni quando l'attività che l'ha generata era il mezzo con cui la famiglia viveva. La Cassazione, del resto, aveva già esaminato casi in cui venivano in rilievo sanzioni amministrative, come quelle per violazioni del codice della strada e per omesso pagamento di tributi, richiamati dalla citata ordinanza n. 33065/2022 con riferimento alla precedente pronuncia n. 20998/2018, affermando che occorre guardare al fatto generatore a prescindere dalla natura dell'obbligazione.
Spazio pubblicitario
8. Colpa, omissioni e illeciti occasionali
Il debitore aveva valorizzato la natura colposa e omissiva delle condotte sanzionate, sostenendo che proprio questa caratteristica rendesse il debito estraneo alla famiglia. La sentenza mostra che l'elemento soggettivo della violazione non è, di per sé, decisivo ai fini dell'art. 170 c.c. Che la violazione sia dolosa o colposa, commissiva o omissiva, ciò che rileva è se essa sia avvenuta nell'esercizio di un'attività strumentale ai bisogni familiari. Questo non significa che ogni illecito commesso da un coniuge ricada automaticamente sui beni del fondo. Occorre distinguere gli illeciti connessi all'attività che sostiene la famiglia da quelli del tutto occasionali o personali, privi di qualsiasi collegamento con le fonti di reddito del nucleo. Si pensi a una condotta illecita estranea a ogni attività lavorativa, legata a interessi esclusivamente personali o voluttuari del debitore: in tal caso il collegamento con i bisogni familiari appare difficilmente sostenibile. La linea di demarcazione, quindi, non passa tra debiti leciti e debiti da illecito, ma tra debiti che nascono all'interno dell'attività con cui la famiglia vive e debiti che restano estranei a essa. Si tratta di una distinzione non sempre agevole, che richiede di esaminare la natura delle funzioni svolte, il rapporto tra violazione e incarico, la continuità dell'attività e il suo peso economico. Una lettura equilibrata del principio dovrebbe evitare sia l'automatismo per cui tutto ciò che deriva dal lavoro grava sul fondo, sia quello opposto per cui nessuna sanzione potrebbe mai gravarvi.
9. Il confronto con la Cassazione n. 35836/2022
Per comprendere la portata della decisione è utile confrontarla con i precedenti in materia di iscrizione ipotecaria sui beni del fondo. Con l'ordinanza n. 35836/2022 la Cassazione si era occupata dell'impugnazione di un avviso di iscrizione ipotecaria relativo a un immobile conferito in fondo patrimoniale, in un giudizio nel quale il concessionario della riscossione lamentava la violazione degli artt. 170 e 2697 c.c. e dell'art. 77 del DPR 602/1973, contestando l'onere probatorio che il giudice di merito gli aveva addossato e l'interpretazione del concetto di obbligazione contratta per i bisogni della famiglia. Quella pronuncia si inserisce nell'orientamento che, da un lato, ammette l'ipoteca esattoriale sui beni del fondo alle condizioni dell'art. 170 c.c. e, dall'altro, pone a carico del debitore opponente l'onere di provare l'estraneità del debito ai bisogni familiari e la consapevolezza del creditore. Lo stesso orientamento era stato espresso dall'ordinanza n. 33065/2022 ed è stato ribadito dall'ordinanza n. 2933/2026. La sentenza n. 26690/2026 non si discosta da questa impostazione sul piano dell'onere della prova, ma aggiunge un tassello sul piano sostanziale: chiarisce come debba essere valutata l'inerenza quando il debito è una sanzione personale connessa a un incarico apicale. Il confronto mostra una linea giurisprudenziale complessivamente coerente, che guarda al rapporto tra fatto generatore e bisogni familiari e che, di fatto, rende piuttosto difficile per il debitore sottrarre i beni del fondo ai crediti derivanti dall'attività con cui la famiglia si mantiene.
10. Debiti d'impresa, debiti professionali e sanzioni
La sentenza invita a riconsiderare la distinzione, spesso proposta in modo semplificato, tra debiti familiari e debiti professionali. La giurisprudenza ha da tempo affermato che i debiti derivanti dall'attività d'impresa o professionale non sono automaticamente estranei ai bisogni della famiglia, ma neppure automaticamente inerenti: occorre verificare se l'attività fosse destinata a soddisfare tali bisogni, ad esempio perché rappresentava la fonte di reddito del nucleo. Lo stesso criterio si applica ai debiti tributari connessi all'attività, ai debiti contributivi e, come chiarisce ora la Cassazione, alle sanzioni irrogate per violazioni commesse nello svolgimento dell'attività. Per i professionisti e gli amministratori ciò significa che l'esposizione del fondo non dipende dalla qualificazione formale del debito, ma dal ruolo economico che l'attività svolge nella vita familiare. Un amministratore che percepisce compensi elevati, con i quali sostiene l'intero tenore di vita della famiglia, difficilmente potrà sostenere che le passività connesse a quell'incarico siano estranee ai bisogni del nucleo. Un profilo analogo emerge, in un diverso contesto, nel commento alla Corte d'Appello di Roma n. 1449/2026 sulla revocatoria contro il fideiussore, dove le garanzie prestate nell'ambito di un'attività economica vengono messe in relazione con gli atti dispositivi del garante. Il punto comune è che il patrimonio familiare non può essere considerato separato dai rischi dell'attività da cui trae alimento.
11. L'onere della prova
Un aspetto decisivo, spesso sottovalutato da chi costituisce il fondo, riguarda la ripartizione dell'onere della prova. In base all'art. 2697 c.c., chi vuole far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento. Nella materia del fondo patrimoniale la giurisprudenza di legittimità ha costantemente affermato che grava sul debitore che si oppone all'esecuzione o all'iscrizione ipotecaria l'onere di provare non solo la regolare costituzione del fondo e la sua opponibilità al creditore, ma anche che il debito è stato contratto per scopi estranei ai bisogni della famiglia e che il creditore ne era a conoscenza. È una prova doppia, e non facile. Il debitore deve dimostrare un fatto relativo allo scopo del debito e un fatto relativo allo stato soggettivo del creditore. Nel caso deciso dalla sentenza n. 26690/2026, l'argomento del debitore si fondava essenzialmente sulla natura della sanzione; la Corte ha mostrato che questo argomento non basta, perché la natura del debito non è il criterio rilevante. Per superare il collegamento di fatto tra attività lavorativa e bisogni familiari, il debitore avrebbe dovuto dimostrare, ad esempio, che la famiglia viveva di altre risorse o che l'incarico non aveva alcun ruolo nel suo sostentamento. Chi intende opporsi a un'ipoteca su beni del fondo deve quindi impostare la difesa sulla ricostruzione documentale della situazione economica familiare, e non solo su argomenti qualificatori.
12. La conoscenza del creditore
Il secondo elemento richiesto dall'art. 170 c.c. è la conoscenza, da parte del creditore, dell'estraneità del debito ai bisogni della famiglia. La norma, infatti, protegge il creditore che ignorava tale estraneità, anche quando il debito fosse in realtà estraneo. La giurisprudenza ha precisato che anche questo profilo deve essere provato dal debitore, come ricordato dalla citata ordinanza n. 33065/2022 con riferimento alla precedente Cassazione n. 1652/2016. Il requisito pone problemi peculiari quando il creditore è un ente pubblico e il debito nasce da un provvedimento autoritativo, come una sanzione o un'imposta. In questi casi il credito non sorge da una trattativa nella quale il creditore possa conoscere lo scopo per cui il debito è contratto, ma da un fatto previsto dalla legge. Si discute, quindi, su come vada inteso il requisito della conoscenza in rapporto a crediti di questo tipo. La sentenza n. 26690/2026, ritenendo il debito inerente ai bisogni familiari, non aveva bisogno di approfondire questo profilo, perché se il debito è inerente la questione della conoscenza dell'estraneità non si pone. Ma il tema resta rilevante nella prassi, perché la prova della conoscenza del creditore rappresenta spesso l'ostacolo decisivo per il debitore anche quando l'estraneità del debito sia plausibile.
13. Ipoteca e pignoramento: due strumenti diversi
La vicenda riguarda un'ipoteca iscritta dall'agente della riscossione, non un pignoramento. La distinzione è importante. L'ipoteca prevista dall'art. 77 del DPR 602/1973 consente all'agente della riscossione, decorso inutilmente il termine per il pagamento, di iscrivere ipoteca sugli immobili del debitore e dei coobbligati per un importo pari al doppio del credito, nei limiti stabiliti dalla legge. Si tratta di una misura cautelare, che non comporta la perdita del bene ma ne vincola il valore a garanzia del credito e conferisce al creditore un diritto di prelazione e di seguito. Il pignoramento immobiliare, disciplinato dall'art. 76 dello stesso DPR, è invece l'atto con cui inizia l'espropriazione forzata, ed è soggetto a limiti specifici. La giurisprudenza ha comunque esteso all'ipoteca esattoriale i limiti dell'art. 170 c.c., trattandosi di un atto funzionale alla riscossione coattiva. Sul nostro sito il tema dell'ipoteca dell'agente della riscossione è stato esaminato, sotto il profilo della prescrizione, nel commento all'ordinanza sull'ipoteca di AdER e prescrizione n. 10936/2025. Per chi riceve una comunicazione di iscrizione ipotecaria su un bene del fondo, la sentenza n. 26690/2026 indica che l'opposizione fondata sull'art. 170 c.c. deve misurarsi con il collegamento concreto tra il debito e l'economia familiare, e che altri profili di contestazione, come la regolarità della notifica degli atti presupposti o la prescrizione del credito, vanno valutati autonomamente.
14. La prima casa e i limiti della riscossione
Molti debitori confidano nei limiti che la legge pone all'espropriazione della prima casa da parte dell'agente della riscossione. L'art. 76 del DPR 602/1973 prevede, a determinate condizioni, che l'agente della riscossione non possa procedere all'espropriazione dell'unico immobile di proprietà del debitore, adibito ad uso abitativo e nel quale egli risieda anagraficamente, salvo eccezioni per gli immobili di lusso. È importante, però, distinguere tra il divieto di espropriazione e la possibilità di iscrivere ipoteca. Le regole sull'ipoteca previste dall'art. 77 consentono l'iscrizione anche quando il pignoramento non sarebbe possibile, entro soglie di importo del credito fissate dalla legge. Ne consegue che la casa di abitazione può essere gravata da ipoteca pur non potendo essere espropriata dall'agente della riscossione, con effetti significativi: il bene vincolato diventa difficile da vendere o da utilizzare come garanzia per altri finanziamenti, e il vincolo resta finché il debito non viene estinto. Il fondo patrimoniale e la tutela della prima casa sono quindi due istituti distinti, con presupposti e limiti diversi, che non vanno sovrapposti. Le soglie e le condizioni di queste norme sono state modificate più volte nel tempo: per ogni caso concreto occorre verificare la versione vigente al momento dell'iscrizione.
Spazio pubblicitario












