L’ordinanza n. 23397/2026 della Corte di Cassazione, depositata il 17 luglio 2026, affronta nello stesso giudizio diversi problemi che ricorrono spesso nel contenzioso tributario delle società: gli effetti processuali della cancellazione dal registro delle imprese, la prova dell’inerenza dei costi, la responsabilità per l’omessa presentazione della dichiarazione affidata a un professionista e il rapporto tra assoluzione penale e giudizio tributario. La decisione è particolarmente utile perché mostra come questi temi, pur distinti, possano convergere nella stessa controversia e richiedano una verifica rigorosa sia della posizione processuale delle parti sia del materiale probatorio disponibile.
IL CASO NASCE DA UN ACCERTAMENTO PER OMESSA DICHIARAZIONE
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La controversia riguardava una società a socio unico operante nel settore del trasporto e un avviso di accertamento relativo al periodo d’imposta 2005. L’Amministrazione finanziaria aveva rideterminato reddito e volume d’affari ai fini IRES, IRAP e IVA dopo l’omessa presentazione delle dichiarazioni. In primo grado la società aveva ottenuto un parziale annullamento dell’atto, con riconoscimento di alcuni costi e dell’IVA detraibile e con annullamento delle sanzioni. La decisione era stata poi confermata in secondo grado. L’Agenzia delle Entrate ha quindi proposto ricorso per cassazione.
LA CANCELLAZIONE DELLA SOCIETÀ INCIDE SULLA CAPACITÀ PROCESSUALE
Prima ancora di esaminare il merito, la Cassazione ha dovuto affrontare la questione della cancellazione della società dal registro delle imprese. La cancellazione era avvenuta prima del completamento del giudizio e prima dell’entrata in vigore della disciplina che, in determinati casi fiscali, differisce gli effetti dell’estinzione. La Corte ha richiamato il principio secondo cui la cancellazione di una società di capitali comporta l’estinzione dell’ente e la cessazione della sua capacità processuale. Ne consegue che gli atti processuali successivi devono essere indirizzati ai soggetti che succedono nei rapporti dell’ente estinto, secondo le regole applicabili al caso concreto.
LA NOTIFICA ALLA SOCIETÀ ESTINTA PUÒ ESSERE SANATA
Il ricorso per cassazione era stato notificato alla società ormai estinta. In astratto, la notificazione a un soggetto non più esistente presenta un vizio rilevante. Tuttavia, nel giudizio si era costituito il socio unico ed ex liquidatore. La Suprema Corte ha ritenuto che questa costituzione potesse sanare il vizio con effetto retroattivo, perché l’atto aveva raggiunto il proprio scopo nei confronti del soggetto realmente legittimato a partecipare al processo. Il principio è importante: l’errore nell’individuazione formale del destinatario non conduce automaticamente alla chiusura del giudizio quando il successore dell’ente estinto si costituisce e rende effettivo il contraddittorio.
IL MOMENTO DELLA CANCELLAZIONE VA SEMPRE VERIFICATO
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Non tutte le cancellazioni producono gli stessi effetti ai fini fiscali. La Cassazione ha ricordato che il differimento previsto dall’articolo 28, comma 4, del decreto legislativo n. 175 del 2014 si applica soltanto alle cancellazioni rientranti nell’ambito temporale della norma. Per questo, quando una controversia riguarda una società cancellata, non basta sapere che l’ente non è più iscritto nel registro delle imprese: occorre ricostruire la data della richiesta e della cancellazione e confrontarla con la disciplina applicabile. Una valutazione sbagliata su questo punto può incidere sulla corretta instaurazione del processo.
COSTI DEDUCIBILI: L’INERENZA DEVE ESSERE PROVATA
Sul piano sostanziale, uno dei punti centrali riguarda la deducibilità dei costi. La Cassazione ha ribadito che l’inerenza consiste nella riferibilità del costo all’attività d’impresa. Non è sufficiente che un esborso compaia nella contabilità o nel bilancio: il contribuente deve fornire elementi che consentano di comprenderne l’esistenza, la natura e la concreta destinazione all’attività produttiva. L’onere della prova grava quindi sul contribuente che intende ottenere la deduzione. L’Amministrazione può contestare l’inerenza quando la documentazione prodotta è carente o non consente di collegare il costo all’attività esercitata.
DOCUMENTAZIONE E INERENZA SONO STRETTAMENTE COLLEGATE
La decisione mette in evidenza il rapporto tra inerenza e documentabilità. Un costo può essere astrattamente compatibile con l’attività dell’impresa, ma ciò non basta se mancano documenti idonei a provarne l’effettività e la destinazione. Per una società, la corretta conservazione di fatture, contratti, ordini, quietanze, documenti bancari e corrispondenza commerciale non è quindi un adempimento puramente formale. È ciò che consente, in caso di verifica, di ricostruire il collegamento economico tra la spesa e l’impresa. Nel contenzioso, la qualità della documentazione diventa spesso decisiva.
L’ACCERTAMENTO INDUTTIVO NON ELIMINA L’ONERE DEL CONTRIBUENTE
Nel giudizio era stato valorizzato il fatto che l’accertamento avesse natura induttiva. La Cassazione ha però chiarito che questo non trasforma automaticamente ogni costo risultante da bilanci o registri in un costo deducibile. Anche in un accertamento induttivo resta necessario distinguere tra costi dimostrati e costi che non risultano sufficientemente documentati. Il contribuente deve quindi evitare di impostare la difesa sulla sola esistenza di scritture contabili, soprattutto quando l’Ufficio ha già contestato specificamente l’effettività o l’inerenza delle spese.
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