Il principio sull’ipoacusia professionale
La Corte d’Appello di Cagliari, sentenza n. 6/2026, affronta il riconoscimento dell’origine professionale di un’ipoacusia da rumore. Poiché si tratta di una patologia che può dipendere da molteplici fattori, non opera una semplificazione automatica dell’onere della prova. Il lavoratore deve dimostrare l’esposizione effettiva al rumore e la sua idoneità causale rispetto alla patologia, secondo un criterio di rilevante o ragionevole probabilità scientifica.
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Perché le patologie multifattoriali sono più difficili da provare
Quando una malattia può essere determinata anche da età, condizioni personali, esposizioni extra-lavorative o altri fattori, il semplice fatto di aver svolto un’attività rumorosa non basta. È necessario ricostruire intensità, durata e caratteristiche dell’esposizione professionale e confrontarle con il quadro clinico. Il giudizio richiede quindi un dialogo stretto tra prova documentale e valutazione medico-legale.
La prova dell’esposizione al rumore
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Possono essere rilevanti DVR, misurazioni fonometriche, mansioni svolte, turni, durata del rapporto, uso di dispositivi di protezione, documentazione sanitaria e testimonianze sulle condizioni effettive di lavoro. Più la ricostruzione dell’esposizione è precisa, più è possibile valutare in modo attendibile la compatibilità tra rischio professionale e danno uditivo.
Il ruolo della consulenza medico-legale
La consulenza non deve limitarsi a constatare l’esistenza della patologia, ma deve affrontare il nesso causale. Occorre considerare storia clinica, eventuali fattori alternativi, caratteristiche audiometriche e dati sull’esposizione. Il criterio utilizzato non è la certezza assoluta, ma una probabilità scientifica qualificata, valutata sulla base del complesso degli elementi disponibili.
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