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Approfondimento · 15 min · 18 settembre 2026

BENE PUBBLICO AFFIDATO A TERZI: L’ENTE PROPRIETARIO PUÒ RESTARE CUSTODE. CORTE D’APPELLO DI NAPOLI N. 1193/2026

Corte d’Appello di Napoli n. 1193/2026: custodia del bene pubblico affidato al concessionario, responsabilità solidale, caso fortuito, fatto del terzo e prova del nesso causale.

BENE PUBBLICO AFFIDATO A TERZI: L’ENTE PROPRIETARIO PUÒ RESTARE CUSTODE. CORTE D’APPELLO DI NAPOLI N. 1193/2026

La vicenda: la caduta nel parco giochi comunale

La Corte d’Appello di Napoli, sentenza n. 1193/2026 del 17 febbraio 2026, decide una controversia risarcitoria relativa a un infortunio verificatosi all’interno di un parco giochi comunale. Il danneggiato aveva agito ai sensi dell’art. 2051 c.c. nei confronti del Comune proprietario dell’area, della società concessionaria del servizio di gestione, manutenzione e custodia e della compagnia assicurativa di quest’ultima.

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Il Tribunale aveva accolto la domanda e condannato in solido Comune e concessionaria. La decisione è stata impugnata dal Comune e, in via incidentale, dagli altri soggetti coinvolti. In appello sono stati discussi il nesso causale, la presenza di liquido scivoloso sul tappeto antitrauma, il possibile fatto del terzo, la ripartizione degli obblighi manutentivi tra proprietario e gestore e il quantum del risarcimento.

Art. 2051 c.c.: responsabilità oggettiva, non responsabilità per colpa

La Corte ribadisce che la responsabilità per danni cagionati da cose in custodia ha carattere oggettivo e non presunto. Il fondamento dell’imputazione non è la violazione di uno specifico obbligo di diligenza, ma il rapporto di custodia con la cosa che ha prodotto il danno.

Per ottenere il risarcimento, il danneggiato deve provare il rapporto causale tra la cosa custodita e l’evento. Non è invece tenuto a dimostrare che il custode sia stato negligente nella vigilanza o nella manutenzione. Una volta provato il nesso causale, il custode può liberarsi soltanto dimostrando il caso fortuito.

La cosa deve essere causa o concausa del danno

Il punto centrale resta la causalità. Non è sufficiente che l’incidente sia avvenuto in un luogo appartenente o affidato al convenuto. La cosa deve inserirsi nel processo causale dell’evento, e il danneggiato deve fornire elementi che consentano di collegare concretamente le condizioni del bene alla lesione subita.

Nel caso esaminato le risultanze testimoniali riguardavano sia le condizioni del manto antitrauma sia la presenza di liquido scivoloso. La Corte ha valutato il complesso delle prove e ha ritenuto dimostrato il collegamento tra lo stato dell’area e la caduta, confermando l’accertamento compiuto in primo grado.

Chi è custode ai sensi dell’art. 2051 c.c.

La sentenza chiarisce che la custodia è una relazione fattuale con il bene. Non coincide necessariamente con la proprietà, con il possesso in senso tecnico o con una specifica obbligazione contrattuale. È custode chi dispone concretamente di poteri di controllo, vigilanza e intervento sulla cosa.

La relazione custodiale viene meno quando, per le caratteristiche oggettive del bene o della situazione concreta, il soggetto non disponga più di un effettivo potere sulla cosa. È quindi necessario verificare la realtà del rapporto e non fermarsi alle qualificazioni formali contenute nei contratti.

Bene pubblico affidato a terzi: perché il proprietario può restare custode

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Il principio più rilevante della pronuncia riguarda l’affidamento di un bene pubblico a un soggetto diverso dall’ente proprietario. Secondo la Corte, tale affidamento non elimina automaticamente il rapporto di custodia facente capo all’ente. Il proprietario conserva l’onere di esercitare i poteri di vigilanza e controllo necessari a garantire le normali condizioni di sicurezza del bene.

La Corte individua un limite nell’ipotesi in cui l’area sia totalmente interdetta al pubblico utilizzo. Fuori da tale situazione, la semplice concessione della gestione non equivale a una definitiva perdita di ogni potere sulla cosa e non è sufficiente, da sola, a escludere la responsabilità dell’ente verso l’utente.

Comune e concessionario possono essere entrambi custodi

L’esistenza di un gestore non impone necessariamente di individuare un solo custode. Se proprietario e concessionario conservano, secondo le rispettive attribuzioni, poteri effettivi di controllo sul bene, la responsabilità verso il danneggiato può coinvolgere entrambi.

Nel caso deciso, la Corte ha confermato la responsabilità solidale già riconosciuta in primo grado. La distribuzione contrattuale delle attività di manutenzione non è stata ritenuta idonea a eliminare, nei confronti del terzo, il rapporto custodiale dell’ente proprietario.

Manutenzione ordinaria e straordinaria: il contratto rileva soprattutto nei rapporti interni

La concessionaria aveva contestato la propria responsabilità sostenendo che la manutenzione straordinaria, compresa la riparazione della disconnessione del manto, spettasse al Comune. La questione mostra la necessità di distinguere il piano esterno della responsabilità ex art. 2051 c.c. dal piano interno dei rapporti tra i soggetti obbligati.

Le clausole che distribuiscono compiti di gestione e manutenzione possono essere decisive per stabilire chi debba sopportare definitivamente il costo del danno nei rapporti interni. Non sono però automaticamente opponibili al danneggiato quando entrambi i soggetti conservino una relazione di custodia con il bene.

Il caso fortuito: quali caratteristiche deve avere

Il custode può superare la responsabilità oggettiva provando il caso fortuito. Il fattore esterno può essere costituito da un evento naturale, dal fatto di un terzo o dalla condotta dello stesso danneggiato, ma deve avere efficacia causale tale da interrompere il collegamento tra la cosa e il danno.

La Corte richiama i caratteri dell’imprevedibilità e inevitabilità valutati sul piano oggettivo e della regolarità causale. Non è quindi sufficiente dimostrare che alla produzione dell’evento abbia partecipato un elemento proveniente dall’esterno: occorre dimostrarne la concreta capacità di assorbire la causalità della cosa custodita.

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Il liquido sul tappeto antitrauma e le bolle di sapone

Il Comune aveva sostenuto che il liquido scivoloso presente sul tappeto antitrauma fosse riconducibile alle bolle di sapone utilizzate da alcuni bambini nel parco. Secondo la prospettazione difensiva, il fatto del terzo avrebbe costituito un evento estraneo ed estemporaneo, idoneo a integrare il caso fortuito.

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La Corte non ha ritenuto sufficiente questa ricostruzione per escludere la responsabilità. Anche quando l’alterazione della cosa derivi materialmente da terzi, occorre verificare quando si sia formata e se il custode abbia avuto un tempo ragionevole per conoscerla ed eliminarla.

Il fattore tempo è decisivo per il fortuito

Un’insidia creata da terzi può assumere carattere fortuito quando si formi in un momento talmente prossimo all’incidente da rendere oggettivamente impossibile un tempestivo intervento. Se manca la prova di questa immediatezza, la mera origine esterna dell’alterazione non basta a interrompere il nesso causale.

Nel caso concreto non era stato dimostrato che il liquido fosse stato versato immediatamente prima della caduta, in un intervallo così breve da impedire ogni possibilità di controllo e rimozione. Questo profilo ha inciso sulla mancata prova liberatoria del fortuito.

La prova testimoniale e la ricostruzione dell’incidente

Gli appellanti avevano contestato anche la valutazione delle testimonianze, evidenziando differenze nella descrizione della caduta e nella presenza del liquido sul manto. La Corte ha esaminato tali elementi nel quadro complessivo dell’istruttoria, senza ritenere che le divergenze fossero sufficienti a demolire l’accertamento del nesso causale compiuto dal primo giudice.

La pronuncia mostra così che la prova della dinamica non dipende necessariamente dalla perfetta coincidenza di ogni dettaglio narrativo. Il giudice deve verificare se il nucleo essenziale delle risultanze sia coerente e se, considerate nel loro insieme, le prove consentano di ricostruire con sufficiente attendibilità il rapporto tra la cosa e l’evento.

La posizione del danneggiato non può dipendere dalla distribuzione interna dei compiti

Per chi subisce il danno è essenziale individuare i soggetti che esercitano concretamente poteri sulla cosa. Le controversie tra ente proprietario e gestore circa la manutenzione ordinaria o straordinaria non possono tradursi automaticamente nella perdita della tutela del terzo.

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Una volta accertata la custodia e il nesso causale, la diversa attribuzione contrattuale degli obblighi può essere fatta valere tra proprietario, concessionario e assicuratore secondo i rispettivi rapporti, ma costituisce un problema distinto rispetto al diritto del danneggiato al risarcimento.

Indennità INPS di malattia e danno biologico: perché non si compensano

La sentenza affronta infine un profilo relativo alla quantificazione. La Corte esclude che l’indennità sostitutiva di malattia corrisposta dall’INPS debba essere detratta dall’importo liquidato a titolo di danno biologico.

La ragione è nella diversità dei pregiudizi compensati. L’indennità di malattia è collegata alla perdita patrimoniale derivante dall’incapacità lavorativa e quindi alla capacità di guadagno; il danno biologico ristora invece la lesione non patrimoniale dell’integrità psicofisica e del diritto alla salute. Non essendovi identità funzionale tra le due poste, non opera una detrazione automatica.

Che cosa occorre provare in una causa ex art. 2051 c.c.

Dal punto di vista probatorio, il danneggiato deve documentare il luogo e le condizioni della cosa, ricostruire la dinamica, dimostrare le lesioni e collegare causalmente l’evento allo stato del bene. Fotografie tempestive, testimonianze, documentazione medica e ogni elemento che consenta di collocare temporalmente l’alterazione possono assumere rilievo decisivo.

Per il custode, invece, non è sufficiente dimostrare di avere normalmente organizzato un servizio di manutenzione. La prova liberatoria riguarda il fortuito e quindi uno specifico fattore causale esterno dotato delle caratteristiche necessarie per interrompere il nesso tra cosa e danno.

Il principio operativo della sentenza n. 1193/2026

La Corte d’Appello di Napoli conferma che l’affidamento di un bene pubblico a un concessionario non libera automaticamente l’ente proprietario dalla custodia ex art. 2051 c.c. Occorre verificare i poteri effettivamente conservati da ciascun soggetto. Il danneggiato deve provare che la cosa sia stata causa o concausa dell’evento; il custode deve dimostrare un fortuito concretamente idoneo a interrompere quel rapporto causale. Il fatto del terzo non è liberatorio per la sua sola provenienza esterna e la ripartizione contrattuale della manutenzione opera su un piano diverso rispetto alla tutela del danneggiato.

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