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Approfondimento · 6 min · 23 agosto 2026

Licenziamento disciplinare: quando il fatto non giustifica la sanzione espulsiva

Tribunale di Milano n. 32/2026: proporzionalità della sanzione e tutela risarcitoria

La presenza di un addebito disciplinare non significa automaticamente che il licenziamento sia legittimo.

Licenziamento disciplinare: quando il fatto non giustifica la sanzione espulsiva

Introduzione

Nel diritto del lavoro non basta dimostrare che il dipendente abbia tenuto una condotta disciplinarmente rilevante. Occorre anche verificare se quella condotta sia abbastanza grave da giustificare il licenziamento. Il Tribunale di Milano, con la sentenza n. 32/2026 del 9 gennaio 2026, affronta proprio il rapporto tra fatto contestato, contrattazione collettiva e proporzionalità della sanzione.

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Il fatto disciplinare e la sanzione

La decisione riguarda un rapporto di lavoro a tempo indeterminato soggetto al d.lgs. n. 23/2015. Il Tribunale ha evidenziato che, quando la contrattazione collettiva non considera i fatti accertati sufficienti a giustificare la massima sanzione disciplinare, il licenziamento per giusta causa può risultare illegittimo.

Questo passaggio è importante perché distingue due piani diversi. Un comportamento può essere realmente avvenuto e può anche rappresentare un inadempimento, ma ciò non significa necessariamente che il rapporto fiduciario sia compromesso al punto da rendere impossibile la prosecuzione del rapporto.

Il ruolo del contratto collettivo

Il contratto collettivo costituisce un parametro importante nella valutazione della proporzionalità. Le previsioni disciplinari aiutano a capire quali comportamenti siano normalmente ricondotti a sanzioni conservative e quali possano invece giustificare il recesso. Il giudice deve comunque valutare il caso concreto, ma la disciplina collettiva rappresenta un riferimento che non può essere ignorato.

Il licenziamento ritorsivo è una questione diversa

La sentenza affronta anche il tema della ritorsione. Il fatto che un licenziamento risulti sproporzionato o illegittimo non lo rende automaticamente ritorsivo. La natura ritorsiva richiede che l’intento di reazione del datore costituisca la ragione determinante ed esclusiva del recesso. Se i fatti contestati conservano una reale valenza disciplinare, anche se insufficiente per la sanzione massima, occorre distinguere l’illegittimità dalla nullità per ritorsione.

Le conseguenze dell’illegittimità

Nel regime esaminato dal Tribunale, la sproporzione della sanzione ha determinato l’estinzione del rapporto con il riconoscimento della tutela indennitaria prevista dall’art. 3, comma 1, del d.lgs. n. 23/2015. La tutela applicabile dipende però sempre dal regime normativo del rapporto, dalla data di assunzione, dalle dimensioni del datore e dal tipo di vizio accertato.

Come si valuta un licenziamento disciplinare

Per verificare la legittimità di un licenziamento occorre partire dalla lettera di contestazione, dalle giustificazioni del lavoratore e dalla lettera di recesso. Vanno poi confrontati il fatto realmente provato, le previsioni del contratto collettivo, i precedenti disciplinari e le circostanze concrete.

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La proporzionalità non è un giudizio astratto. Conta la natura della mansione, il grado di responsabilità, l’intensità dell’inadempimento, l’eventuale reiterazione e l’effetto della condotta sul rapporto fiduciario. È proprio questo insieme di elementi che consente di distinguere un illecito disciplinare da una giusta causa di licenziamento.

Conclusioni

La sentenza del Tribunale di Milano n. 32/2026 conferma che il procedimento disciplinare deve essere esaminato nella sua interezza. Provare il fatto non basta: occorre anche dimostrare che quel fatto giustifichi la sanzione espulsiva concretamente applicata.

Fonte giurisprudenziale: Tribunale di Milano – Sentenza n. 32/2026 del 9 gennaio 2026 – Diritto Pratico: https://apps.dirittopratico.it/sentenza/tribunale/milano/2026/32.html

Come leggere correttamente la decisione

La pronuncia non va trasformata in una regola automatica per qualsiasi controversia apparentemente simile. Il principio espresso dal giudice opera soltanto quando coincidono i presupposti rilevanti: contenuto del rapporto, domande formulate, momento in cui i fatti si sono verificati e materiale probatorio disponibile. Per questo, prima di richiamare una decisione in una causa diversa, è necessario confrontare con precisione la fattispecie concreta e verificare se vi siano differenze capaci di modificare la soluzione.

La prova viene prima della qualificazione giuridica

Molte controversie non si decidono perché manca una norma applicabile, ma perché non è possibile dimostrare adeguatamente i fatti necessari per applicarla. Una ricostruzione cronologica, documenti ordinati e contestazioni formulate tempestivamente consentono di distinguere ciò che è pacifico da ciò che deve essere provato. Anche quando il principio giuridico sembra favorevole, una lacuna probatoria può impedire di ottenere il risultato sperato.

Quali documenti conservare

Contratti, comunicazioni, PEC, email, ricevute, estratti conto, fotografie, verbali e documenti tecnici dovrebbero essere conservati insieme e ordinati per data. È utile collegare ogni documento al fatto che si intende dimostrare, evitando di affidarsi a una raccolta indistinta di allegati. Quando sono coinvolti termini di decadenza, prescrizione o impugnazione, anche la prova della data di ricezione o di invio può diventare decisiva.

Valutazione preventiva del rischio

Prima di iniziare un giudizio è opportuno verificare non soltanto il possibile fondamento della domanda, ma anche le eccezioni che la controparte potrebbe sollevare, i costi della prova e le conseguenze di un eventuale rigetto. Una valutazione preventiva permette spesso di individuare i punti deboli della pratica, acquisire documenti ancora reperibili e comprendere se sia preferibile tentare una soluzione stragiudiziale prima del contenzioso.

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